Aggregazioni della società civile nell’era del populismo digitale

Luoghi d’incontro sempre più rari, gli assetti urbanistici delle periferie sempre più caratterizzati da “non luoghi” dove proliferano in prevalenza nuovi centri commerciali e ristoranti, mentre chiude qualche cinema, muore ogni tanto un’edicola o una libreria e si aprono piazze cibernetiche con chat e gruppi virtuali variegati.

filospinatoIn questa metamorfosi del terzo millennio il Terzo Settore perde pezzi nel senso che, mentre resiste bene quello che fornisce servizi e impiega centinaia di migliaia di persone con fatturati macroscopici (compreso quello, per intenderci, che nella capitale è stato investito da processi e inchieste), tende ad assottigliarsi quello spontaneo di prossimità fatto di comitati, associazioni culturali, aggregazioni di quartiere.

Viene meno il vero associazionismo senza finalità di lucro e per il bene comune,  quello che dovrebbe fondarsi sulla parola che Giorgio Gaber ha abbinato alla libertà, e cioè la partecipazione.

Allo scopo di approfondire il tema guardando indietro nel tempo, vogliamo riproporre di seguito un articolo scritto il 18 marzo 2008 che fotografava, dal punto di vista di chi scrive, la situazione della cooperazione e dell’associazionismo:

Nè Stato, nè Mercato. Da questa aspirazione di essere “altro” è nato il termine “terzo settore” inteso come la società civile che si organizza, che interviene, interferisce nel ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese. Governance, sussidiarietà, coprogettazione, stakeholders: su termini come questi si è costruita l’impostazione teorica fondante dello spazio cosiddetto “civico”.

La sempre più invadente presenza del mercato, come tendenza di un processo globale, ha progressivamente trasformato gli equilibri e i rapporti di forza tra le tre componenti, determinando una soggezione del “terzo settore” alle leggi del mercato e all’influenza che il mercato stesso esercita sulla classe dirigente teoricamente scelta dai cittadini attraverso il voto.

Il privato sociale, come associazioni onlus, cooperative e enti morali, sono la componente imprenditrice del terzo settore che oggi vive in gran parte di commesse pubbliche e convenzioni finendo in molti casi nel ruolo di appendice della pubblica amministrazione o di personaggi politici in carica nelle pubbliche amministrazioni. Categoria altra sono le associazioni di tutela dei cittadini. Tra di esse vi sono molte organizzazioni istituzionalizzate, alcune fanno parte del Cnuc presso il ministero delle attività produttive e ricevono finanziamenti e rimborsi, altre fanno parte di consulte tematiche.

Fuori da questo giro paraistituzionale vi sono centri sociali, associazioni e comitati di quartiere autorganizzati, non sempre registrati e dotati di uno statuto o di una sede ufficiale propria.

La “mission” del terzo settore nel campo dell’imprenditoria sociale è abbastanza snaturata dalle esigenze di assicurarsi una fetta di commesse pubbliche, di entrare negli albi di accreditamento, di far quadrare gli esercizi di bilancio e far fronte alle responsabilità economiche nei confronti di creditori e committenti. Accade in questo settore che, nell’ansia di assicurarsi posizioni solide, si trascurino proprio gli elementi fondanti del terzo settore che sono la solidarietà, la centralità della persona, le relazioni e la qualità della vita.

Nascono così storie di sfruttamento dove soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus che lavorano a contatto con persone svantaggiate diventano anch’essi svantaggiati, in quanto sfruttati e senza tutele, e finiscono per entrare in quella categoria di “netturbini del malessere”, incaricati di “smaltire” a basso costo la parte improduttiva e “malata” della società.

L’elemento economico dell’impegno civico ha inquinato a 360 gradi se è vero che vi sono anche associazioni di tutela dei consumatori che ricevono finanziamenti da aziende, enti, industrie farmaceutiche. In merito, vi è una certa conflittualità tra alcune associazioni che si fanno la guerra a colpi di ricorsi al TAR.

In un orizzonte più trasparente si posizionano i centri sociali e i comitati di quartiere. I primi nati da una spontanea esigenza di socializzazione, di libera espressione della creatività, di rottura degli schemi attraverso la riappropriazione del proprio vivere quotidiano, della libera circolazione dei saperi, dell’autotutela e mutuo aiuto di fronte alla precarizzazione lavorativa, al controllo sociale dei produttori di merci e alla mortificazione del diritto alla casa.

I comitati di quartiere, quale aggregazione civica di prossimità, svolgono anch’essi un ruolo chiave di tutela degli interessi generali e dei beni comuni di un territorio. Su questo fronte la panoramica romana è abbastanza variegata: in alcune zone i comitati di quartiere si mantengono vitali e attivi, hanno anticorpi contro l’imbrigliamento nel meccanismo elettorale, sanno acquistare visibilità e adesioni attraverso la porta aperta e un benefico turn over di componenti e leader. Riescono non di rado a contrapporsi alle scelte politiche del Campidoglio costringendo gli assessori a modificarle e a contrattare.

In altre zone, purtroppo, vi sono anche comitati di quartiere che stagnano in piccoli centri di potere sottocastali, a regia politica municipale. Godono o aspirano a patrocini, a volte editano giornaletti locali sponsorizzati da commercianti di zona e, al momento delle elezioni, organizzano il voto dell’area di influenza in direzione di un loro politico “protettore” o, dove possono, direttamente di un loro esponente, possibilmente inserito nella lista civica del sindaco favorito. Questo modello di comitato di quartiere dalla visione spicciola (campo di bocce, centro ricreativo, cassonetti…) è quello tipicamente organizzato a comunicazione verticale, con un “gruppo dirigente” chiuso che rimane in sella per anni e detiene e filtra le informazioni al pubblico di riferimento, manipola il consenso dei cittadini ad uso e consumo di politici o di circoli di partito. Le componenti prevalenti di questo tipo di comitato sono i ceti medi, impiegati pubblici con anzianità di servizio, liberi professionisti e pensionati statali. Accade, non di rado, che comitati così organizzati arrivino nel tempo alla spontanea trasformazione in centri anziani mantenendo lo stesso consiglio direttivo.

E’ dall’analisi di questa realtà civica mista che, a mio avviso, occorre partire per costruire un fronte di resistenza al declino e degrado politico e sociale nel quale rischiamo di sprofondare. Puntare sulla riorganizzazione di questo tessuto civico per tutelare la qualità della vita e le prospettive future delle giovani generazioni. Intrecciare legami tra centri sociali e comitati di quartiere al di fuori della sfera e dell’influenza dei partiti per comprimere l’invadente monopolio della delega e del voto di scambio. Praticare momenti di autoformazione per poter occupare spazi di agibilità partecipativa nelle scelte di trasformazione urbana e lavorare su una sinergia tra le vecchie e nuove generazioni unite dall’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile a dimensione umana. In tale ottica le priorità non possono essere le specifiche vertenzialità locali ma la solidificazione di ampie reti territoriali a comunicazione orizzontale, capaci di strutturarsi, di attivare altri cittadini nell’interesse verso la cosa pubblica e verso il protagonismo civico.

Quando la crisi di un paese arriva a livelli non più governabili, da alcune “cabine di regia” occulte si auspicano venti di sommossa scomposta e violenta per poi motivare repressione e restaurazione. La vera speranza di un’alternativa a scenari così bui sono gli stessi cittadini, giovani e meno giovani, di comitati di quartiere e centri sociali che comincino ad abbattere le tante barriere di separazione e frammentazione, create spesso ad arte, e ad organizzarsi in rete aperta, tenendo fuori fini di lucro e interessi di bottega, con l’obiettivo di difendere la città da palazzinari, multinazionali, finanziarie senza scrupoli e politici corrotti.

Roma 18 marzo 2008

About Domenico Ciardulli 212 Articles
Blogger autodidatta, Educatore Professionale con Laurea Magistrale in Management del Servizio Sociale a Indirizzo Formativo Europeo; Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Profilo corrente: Ata nella Scuola Pubblica. Inserito nelle Graduatorie d'Istituto 3a fascia per l'insegnamento di "Filosofia e Scienze Umane"

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